domenica 5 marzo 2017

Don Delillo, Zero K

   Il mondo futuristico di Don Delillo implode con la sua calma energia nel suo ultimo romanzo, “Zero K”. Il nome si riferisce ad un'unità speciale localizzata in un punto indeterminato, un non-luogo esistente, in cui si ritrova il protagonista Jeffrey. 
    Schermi che rappresentano l'unico contatto visivo con la realtà esterna, manichini come corpi scarnificati, corridoi lunghi e porte senza maniglia, un giardino chiuso e artificiale: un microcosmo fantascientifico, che spaventa per la sua possibilità di essere sempre meno "fanta" e sempre più "scientifico". Qui le persone vengono a far congelare il propro corpo, in attesa di risvegliarsi in un tempo futuro, quando la ricerca porterà a soluzioni certe per i loro problemi di salute, come nel caso di Artis, la compagna del padre di Jeffrey, Ross.
   "Chi sarò al mio risveglio?" Si chiede Artis. La prima parte del romanzo, densa, complessa, immobile, è marchiata da brevi ma intensi dialoghi tra i tre personaggi principali.

"- L’elemento fondamentale della vita è il fatto che essa ha una fine.    
- La natura ci vuole sterminare per tornare alla sua forma intatta e incontaminata. 
- A cosa serviamo se viviamo per sempre?"
    "Zero K" è l'unità che “si basa sulla volontà del soggetto di essere sottoposto a un certo tipo di transizione per passare al livello successivo”, una definizione che, afferma il narratore-protagonista, “serviva solo a fare scena”. Quando si torna a New York, nella terza e ultima parte del romanzo, la presenza di quel non luogo e degli effetti che ha avuto sulle vite di Jeffrey e padre è ancora forte.
   Cosa ne è veramente di Artis? 
   Nel frattempo a New York si torna alla vita di tutti i giorni, prima di un nuovo ritorno...

"L’unica cosa che non è effimera sono le opere d’arte. Non sono fatte per il pubblico. Ma semplicemente per stare qui. Sono qui, fisse, fanno parte delle fondamenta, scolpite nella pietra." 
   Senza dubbio una lettura difficile, soprattutto nel primo centinaio di pagine: l'immersione in quell'ambientazione spaventosamente irreale ma del tutto, e quindi ancora più spaventosamente, possibile, richiede tempo. Don Delillo calibra sempre con molta precisione le parole adoperate e addensa il linguaggio di tematiche profonde, che ruotano intorno ai principali misteri della vita, quali la morte, in primo luogo, e l'esistenza umana. Cosa siamo? Siamo solo parole? Esistiamo perché esistono parole utili a rappresentarci?
   La seconda e brevissima parte del romanzo, l'intermezzo tra il primo e l'ultimo viaggio a Zero K, ha per protagonista Artis, personaggio marginale ma con un ruolo preponderante. Ormai priva del suo corpo, profondamente Artis o forse non più Artis, si interroga sulla sua esistenza, ridotta a solo pensiero.

"Pensate alla parola inglese alone. Dall’inglese medio. All one, tutto uno. Buttate via la persona. La persona è la maschera, il personaggio inventato in questa miscellanea di rappresentazioni sceniche che costituiscono la vostra esistenza. La maschera cade e la persona diventa quello che siete nel senso più vero. Tutto uno. L’io. Cos’è l’io? Tutto quello che siamo, senza gli altri, senza amici, estranei, amanti, bambini, strade da percorrere, cose da mangiare, specchi dove guardarsi. Ma si è davvero qualcuno senza gli altri?"
   Intenso, denso, ricco, Don Delillo torna a sorprendere con un libro davvero difficile, perché ci obbliga a riflettere senza porre precise domande. Catapultati in una realtà che oscilla sempre tra l'irreale e il totalmente reale, il cui confine è ormai labile, ci sentiamo disorientati nel vivere quelle pagine. Eppure, un libro che sono contenta di aver letto.

giovedì 2 marzo 2017

Rosalia Messina, Morivamo di freddo

SCHEDA LIBRO
Titolo: Morivamo di freddo
Autrice: Rosalia Messina
Casa editrice: Durango Edizioni
Pagine: 106
Prezzo: 11,90 €

   “La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” 

  La citazione di Ronald David Laing apre il romanzo “Morivamo di freddo”, in cui la famiglia, tema predominante, è esattamente ragnatela, fiore, tomba, prigione, castello.
   Una ragnatela, in primo luogo: nella rete del libro, le vicende dei componenti della famiglia si alternano tra loro. Poche pagine per ogni capitolo, i quali oscillano tra due cardini temporali precisi: 1993 e 2007. Passato e presente che si intervallano; l'uno spiegazione del passato, causa ed effetto, in un continuo intreccio tra padri e figli, tra ieri e oggi.
   Enrico, il figlio, un giovane uomo che ama la sua fidanzata ma va a letto con le altre. A causa dei ricorrenti attacchi di panico, è costretto a rivolgersi al dottor Palmanova, precisando la sua totale convinzione dell'inutilità di una terapia.
   Mauro, padre di Enrico, morto anni prima. Una scomparsa difficile da digerire, soprattutto alla luce di quell'amicizia un po' "malata" con Guido, un legame talmente stretto da produrre il desiderio di sostituirsi a lui, di appropriarsi della sua vita, di amare ciò che lui ama. 
    Sandra e Loredana, le due amiche e mogli, vedove, donne forti e donne sole. 
C'è un filo che lega ciascuno di loro e che crea una ragnatela che unisce, a volte imprigiona, tutti. Ma la famiglia è anche un fiore, che ha la capacità di germogliare ancora.
   Per quanto la lettura sia stata interessante, "Morivamo di freddo" è un libro "veloce", che esaurisce subito le sue potenzialità, senza condensare spunti di riflessione o parole più pesanti, di quelle che poi ti rimango dentro.  
   La struttura del libro è solida, ma piatta: senza i titoli che specificano il riferimento temporale, a inizio di ogni capitolo, si sarebbe potuto lanciare una sfida al lettore e invitarlo implicitamente a sciogliere quella matassa che risulta, invece, già sbrogliata. 
   Un libro che è un accenno alla vita, una finestra che si apre e si richiude velocemente, il tempo necessario per lanciare un'occhiata a quello che accade fuori. 

Alessandro Piperno, Dove la storia finisce

   Storie che si intrecciano. Federica che si aggrappa al suo cognome acquisito come si aggrappa ancora a quel marito itinerante. Matteo, eterno giovane, in ritorno nella sua Itaca. Martina, la figlia irrequieta a causa di un’intimità taciuta e Giorgio, il figlio arrabbiato, dedito al lavoro.
 Una famiglia di quelle moderne, una famiglia disintegrata che allunga i suoi tentacoli verso altri componenti di una contemporanea società: amici, fidanzati, mariti, suoceri.  Una famiglia che gradualmente si ricompone in un fragile, temporaneo puzzle, i cui pezzi sembrano ormai logorati, dopo il rientro di Matteo, esule volontario a Los Angeles da diversi anni. 
   “Dove la storia finisce” è il romanzo di Alessandro Piperno che ci racconta di relazioni sociali in continuo movimento tra stasi e crisi. Storie che si intrecciano, tra loro e con la Storia, la quale stravolge quelle che appaiano come banali preoccupazioni, spazzando via la quotidianità in un solo attimo di inaspettata violenza.
   Uno stile "leggero", ma con parole calibrate, e una capacità di intrecciare tra loro i personaggi e descrivere i labili rapporti che desta interesse. 
  Un finale che spiazza, che sembra cancellare tutto ciò che è stato scritto prima: tutto finisce, o forse tutto inizia nuovamente, in modo diverso. La Storia si riprende il suo ruolo da protagonista e tutto, al suo cospetto, si annulla, anche i cambiamenti quasi inevitabili.
Piacevole lettura, ma terminata con l'amaro in bocca.

sabato 28 gennaio 2017

Io sono Malala

Quando non vediamo ciò che abbiamo


  Spesso si trascinano nelle aule sottostando ad una sorta di incomprensibile supplizio, sperando nel prossimo suono della campanella: sono gli "studenti" che non studiano, inconsapevoli del loro dovere e, ancor di più, del loro diritto. Ci si lamenta dei troppi compiti, dei professori incompetenti, dello strazio dello stare ore ed ore in classe, del tempo perso... Andateglielo a dire che quella di studiare è un'opportunità e di quanto sono privilegiati! "Marco, questo pomeriggio hai il privilegio di fare tutti gli esercizi di matematica da pagina 202 a 212 e, visto che sei molto fortunato, di studiare anche tutto il Decadentismo, D'Annunzio e Pascoli". Mmm no, penso non funzionerebbe. Le parole, quando non sono vissute ma solo recepite passivamente, si spogliano del loro potere d'azione. 
   E se organizzassimo, allora, uno scambio culturale con l'Afghanistan? O con  il Sudan? Meglio il Nepal? La scelta dei Paesi dove le scuole vengono fatte saltare in aria come briciole o dove si studia ammassati in spazi angusti è ampia. I ragazzi di questi Paesi pregano per avere compiti e qualcuno che glieli corregga, supplicano di poter trascorrere ore con i loro coetanei, bramano di poter imparare, perché sanno che scuola è sinonimo di "normalità" e soprattutto di "pace". Altro che gite a Praga o Malta, un bel giretto in Pakistan, no?
   In tema di istruzione, la panoramica mondiale è molto variegata. Oltre alla situazioni degradate di una parte del mondo, ci sono anche sistemi efficienti. Giocare a carte tra una lezione e l'altra, o anche ai videogame, sdraiarsi in un'aula relax e avere spazi senza banchi con tecnologia all'avanguardia è, per noi italiani, un sogno - al momento - irrealizzabile. Eppure, in Norvegia è realtà, una realtà che funziona benissimo. Qui, nell'impossibilità di aspirare a tanto, si gioca a carte direttamente in classe, di nascosto, nel rifugio degli ultimi banchi. Inutile dire che non è esattamente la stessa cosa.
   Per non parlare poi delle donne. Supera di 50 milioni il numero di bambine e ragazze in tutto il mondo che non hanno accesso all'istruzione, a quello che è e dovrebbe essere per tutte e tutti un DIRITTO, ma anche un'ARMA.  



    Malala Yousafzai l'ha capito bene e ha innalzato la sua penna contro la discriminazione e la guerra. "Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo" scrive nel suo libro. "Io sono Malala" non è solo il racconto di una ragazza pakistana che vive in un Paese rimasto "indietro di secoli"; è innanzitutto una risposta e un grido. Una risposta alla domanda del talebano che, facendo irruzione nel pulmino, l'ha cercata tra gli altri studenti chiedendo "Chi è Malala?"; una risposta che non ha fatto in tempo a dare, sopraffatta dagli spari. "Io sono Malala" è anche un grido, il grido di chi è risorto, di chi ha iniziato una seconda vita e che, dopo gli interventi necessari per rimuovere quel proiettile che l'ha colpita al lato sinistro del volto, è tornata a dare voce a uno dei diritti fondamentali dell'individuo: quello dell'istruzione.
    Nata a mezzogiorno, nel Paese creato nella mezzanotte del 1947 - come narra anche Rushdie nel suo capolavoro "I figli della mezzanotte" - con la condanna di un futuro certo: procreare e dar da mangiare ai figli. In una terra dove mettere al mondo una femmina è una sciagura, il padre di Malala le diede il nome dell'eroina afghana, Malalai di Maiwand, che combatté contro gli inglesi nel 1880, vedendo in sua figlia gli occhi della determinazione e della forza. Grazie all'educazione del padre, promotore del diritto all'istruzione e fondatore di una scuola, Malala è cresciuta tra i libri, considerando l'edificio scolastico una vera e propria casa, dove coltivare la sua libertà.
   Con riferimenti storici agli avvenimenti della fine del Novecento e l'inizio del Duemila e rimandi culturali alla sua tribù, quella dei pashtun, che vive nella valle dello Swat, Malala presenta i cambiamenti più significativi della sua società, descritti dal suo punto di vista. Tradizione e religione si intrecciano al quotidiano, finché la sua lotta per conservare il diritto allo studio straripa dagli argini del locale per farsi sempre più diffusa.
   Malala, dopo l'attacco diretto dei talebani intenzionati a chiudere le scuole alle ragazze, è passata dal decorarsi le mani con motivi all'henné composti da calcoli e formule, invece di fiori e farfalle, a parlare alle Nazioni Unite; dall'essere nata in un giorno considerato triste ad avere un giorno a lei dedicato, il "Malala Day", celebrato il 10 novembre; continuando la sua campagna a favore dell'istruzione con un fondo dedicato a progetti per tutto il mondo, il "Malala Fund".
   A tutti i ragazzi che zoppicano per trovare la loro strada, a tutti coloro che scalpitano per poter accrescere il loro potenziale, ai professori stanchi affinché non perdano mai l'entusiasmo e a quelli disillusi perché continuino a combattere, a tutti noi quando non vediamo ciò che abbiamo, consiglio la lettura di questa testimonianza.

mercoledì 25 gennaio 2017

David Leavitt, Ballo di famiglia


   1986, anno della prima pubblicazione, “Ballo di famiglia” è una raccolta di nove racconti pubblicati dall’autore americano David Leavitt a soli ventitré anni. Il libro, dal titolo originale “Family dancing”, gli ha assicurato da subito un posto di rilievo nel panorama letterario contemporaneo. 
   La famiglia è il collante che unisce i diversi racconti: Leavitt staglia sulla pagina uno spezzone di quotidianità in cui talvolta lo spaccato della realtà combacia in ricordi che allargano la prospettiva. La famiglia americana degli anni ’80 appare come un nucleo disintegrato, che si sgretola sotto il peso delle trasformazioni sociali, quali il divorzio. 
   Donne spesso lasciate che amano ancora i loro ex mariti e che cercano di tenere unita una famiglia il cui ricordo sbiadisce; fratelli e sorelle che prendono strade diverse o che si stringono per combattere insieme ostacoli senza nome. La malattia e l’omosessualità altre tematiche di rilievo, affrontate con uno stile asciutto, attento al dialogo e che non esclude il tentativo di sperimentazione, come in “Radiazioni” dove si annullano i segni di punteggiatura, a rispecchiare l’aridità conseguente del tumore. L'amicizia come legame familiare si fa strada nell’ultimo testo, “Devota”, dove la protagonista fa fatica a trovare il suo ruolo in una relazione omosessuale che la priva di quell’amore che vorrebbe tenere anche per sé.
   Famiglie sventrate ma a loro modo unite, famiglie dell'epoca moderna che tentano di trovare una loro stabilità sul terreno fragile dei cambiamenti sociali, famiglie nuove e già vecchie, tenute insieme da uno stile che dà loro l'integrità che cercano.

martedì 24 gennaio 2017

John Williams, Stoner


Ristampare per riscoprire un capolavoro

   “Stoner”: da “stone”, pietra. Titolo del romanzo e cognome del protagonista. Nome che si fa libro e che, come una pietra, sembra affermarsi con decisione. A differenza del peso del nome, Stoner cammina lento tracciando il suo sentiero con delicatezza e il libro, se non fosse stato ristampato nel 2003, sarebbe stato sopraffatto dal tempo, relegato alla sua prima edizione, del 1965. Il silenzio che lo stava avvolgendo si è poi d’improvviso dissolto, tanto da essere tradotto anche in Italia, dove ha avuto un esito sorprendente. 
   Un libro tornato dal passato, un libro che aveva ancora molto da dire, un libro che doveva incontrare ancora altri lettori. E per fortuna, ha incontrato anche me. 
   John Williams, autore del romanzo, descrive l’intero arco della vita del personaggio William Stoner, a cui lo si può associare non solo per il richiamo nel nome, ma anche per caratteristiche biografiche comuni, come le umili origini (sia Stoner che Williams nascono in una famiglia di contadini) e la carriera (entrambi professori universitari).  Seguendo un ordine lineare e senza stravolgere le convenzioni letterarie, la mano dello scrittore procede lenta ma incisiva sugli episodi principali che ci permettono di conoscere questo protagonista dedito al sacrificio e al lavoro, che abbandona quello manuale e fisico per rifugiarsi nell’università, cambiando il corso di studi dall’indirizzo di agraria a quello di letteratura.
  Cosa è accaduto? Le parole del professor Archer Sloane, una sensibilità particolare e… l’illuminazione. Un cambio di rotta che appare quasi naturale, come tutti i lievi cambiamenti che lo interesseranno, mai drastici. Quella che doveva essere una parentesi utile per il suo futuro nell’agricoltura, diventa un rifugio permanente, sulla cui natura si interroga David Masters, uno dei due amici conosciuti durante i primi anni di studio.  Secondo Masters, per Stoner l’università è  
“un grande deposito, come una biblioteca o un magazzino, dove gli uomini entrano di loro spontanea volontà e scelgono ciò che li rende completi, dove tutti lavorano insieme come le api in un alveare. La Verità, il Bene, il Bello. Sono appena dietro l’angolo, nel corridoio accanto; sono nel prossimo libro, quello che non hai ancora letto, o nello scaffale più in alto, dove non sei ancora arrivato. Ma un giorno ci arriverai.”  
   Ma si sbaglia. Procede Masters, rivelando la sua idea di università: “una casa di riposo, per vecchi e malati, per gli infelici, o gli inetti di ogni genere” e conclude impersonificando l’edificio con i soggetti: “noi siamo l’università”, lontani dal mondo reale, forse infami, ma perlomeno soddisfatti di dire quello che vogliono ed essere pagati per questo. 
   Con il passaggio alla vita universitaria, che non abbandonerà più, William diventa Stoner. E mentre prosegue gli studi con successo, la realtà lì fuori vede lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Sebbene alcuni studenti partano volontari, tra cui anche l’amico Dave, Stoner rimarrà nel suo rifugio. Con l’abbandono dei campi, ha abbandonato l’azione.  “Stoner” non è un romanzo d’azione, ma racconta comunque fatti. Non è un romanzo psicologico, ma il lettore sente vicino il mondo interno del protagonista. Non è un romanzo sentimentale, ma  sentimenti ed emozioni ti coinvolgono. Come l’amore. E il fallimento. Il matrimonio. La paternità. Fatti ed emozioni si intrecciano.  
   La moglie Edith coltiva il desiderio di visitare l’Europa, vivendo l’impossibilità di realizzare il viaggio progettato prima del matrimonio come un’amputazione della sua libertà che perseguita la loro stabilità. Il sogno americano, ormai in declino, è stato soppiantato da un sentimento identico ma contrario: l’Europa, non più l’America, come meta d’arte e felicità, un sogno ormai “europeo” che ritroviamo in altri romanzi di letteratura americana come “Revolutionary Road”. 
   Dopo il matrimonio, Stoner diventa anche Willy, come lo chiama la moglie, scindendosi in un ruolo che cerca di interpretare al meglio, anche se, ben presto, si rende conto da solo del fallimento rappresentato dalla sua vita coniugale. Lo studio, però, è il balsamo per qualsiasi delusione, il mezzo che gli conferisce la sua identità, che lo fa essere completamente ciò che è: Stoner.
"Mentre sistemava la stanza, che lentamente cominciava a prendere forma, si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, come un segreto di cui vergognarsi, aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere ad un luogo, ma che in realtàrappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio."
   L’università, quel rifugio in cui si sente protetto e che tenta a sua volta di proteggere dall’intrusione del mondo esterno, dell’irrealtà, lo vede affermarsi come dottorando prima e professore poi, con un’amore per quello che fa che cresce lentamente, diventando sempre meno passivo e monotono. Stoner è così: un uomo che raggiunge risultati eccellenti, ma senza pretese. Un uomo che non punta in alto, ma procede. Un uomo che si scopre. 
   Il tentativo di proteggere l’università da rappresentanti del mondo esterno, come lo studente Walker, gli procurerà non pochi problemi nella sua carriera, arrivando a scontrarsi con l’antagonista Lomax. Il "ricordo della fame, degli stenti, della sopportazione e del dolore" rimane vivo sulla carne di Stoner, che, grazie al contatto diretto che ha avuto con la terra, conosce bene il mondo esterno. Ed è proprio questa conoscenza diretta ed il ricordo vivo che si porta dentro a dargli la spinta per difendere quel mondo in cui si sente se stesso e in cui fame, stenti, sopportazione e dolore possono essere curati.
   Per capire Stoner e le sue scelte non è difficile: sebbene la sua inettitudine appaia chiara da un punto di vista esterno, dall'ottica interna egli si rileva con tutta la sua determinazione, in cui anche le sue "non scelte" diventano esempio di azione. La rinuncia all'amore, ad esempio, non cercato ma finalmente vissuto, che si incarna nel personaggio di Katherine Driscoll, diventa inevitabile se percepito dagli occhi del protagonista: proseguire significherebbe "diventare altro", qualcosa di diverso da loro; sua priorità, invece, nonostante sofferenze, delusioni, critiche e incomprensioni, è essere pienamente ed essenzialmente se stesso. Questa la sua forza, che lo rende grande e immenso.
"La persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è un fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra." 
   Un libro assolutamente da leggere, che racchiude nelle vicende insignificanti di una vita umana i segreti e il significato dell'esistenza stessa.

lunedì 23 gennaio 2017

Åsa Larsson, Il sangue versato


Giallo tra natura primitiva e forza femminile


   Premio dell’Accademia svedese del Poliziesco come “miglior giallo”, “Il sangue versato” è il secondo libro di una quadrilogia che ha per protagonista l’avvocato Rebecka Martinsson. Se non avete ancora letto il primo, però, non c’è da preoccuparsi: ignorando l’esistenza di “Tempesta solare” ho letto direttamente il secondo romanzo senza difficoltà, anzi i rimandi a fatti già accaduti (sporadici e non essenziali per la comprensione del testo) hanno alimentato la mia curiosità nei confronti del libro precedente.
   L’autrice svedese Åsa Larsson ambienta i fatti nei pressi della sua città d’origine, Kiruna, lasciandoci affascinare dal ritrovato contatto con una natura incontaminata e misteriosa. Una natura primitiva che rende primitivi gli stessi abitanti, quando perdono il controllo di se stessi e si lasciano guidare dal proprio istinto.

https://www.google.it/search?q=kiruna+citt%C3%A0&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0ahUKEwjJjaa1-9DRAhVCtBQKHeq6CZUQ_AUICSgC&biw=1366&bih=589#tbm=isch&q=kiruna+citt%C3%A0+mappa&imgrc=SaPXKmgb9w8AnM%3A
   21 giugno. Capitolo in prima persona. Il narratore racconta in pochi attimi un omicidio. Il racconto procede poi in terza persona, alternando i punti di vista di svariati personaggi coinvolti nella risoluzione del mistero di un cadavere ritrovato in una canonica, quello del pastore Mildred Nilsson, una donna che, con le sue idee femministe e anticonformiste, si era creata non pochi nemici nella piccola cittadina retrograda.
   Alle indagini che prendono piede e che coinvolgono diversi abitanti del luogo, oltre ai poliziotti e alla protagonista Rebecka, si aggiungono pagine dedicate ad un racconto parallelo, quello di Zampe Gialle, una lupa che vive in quei boschi. La lupa, simbolo della capacità di sopravvivenza e delle forza femminile, sembra rappresentare il corrispettivo di Mildred del mondo animale.
   L’autrice, che si definisce un dio che governa i propri personaggi, presta attenzione ai dettagli e ai vari punti di vista, necessari per creare una visione frammentata ma realistica della realtà descritta. Si perde, però, nella costruzione vera e propria della storia, che subisce un'accelerata troppo violenta verso l'epilogo.
   Sicuramente un libro che non mi ha colpito: non rientra nei canoni del giallo tradizionale, né li stravolge per creare qualcosa di nuovo. Un poliziesco che sembra procedere senza una logica convincente, ubbidendo all'intenzione di sorprendere il lettore. Larsson brava scrittrice, ma cattiva "costruttrice" della storia.

sabato 21 gennaio 2017

Elena Ferrante, L'amore molesto


   Amalia è morta annegata il 23 maggio, giorno del compleanno della figlia, Delia. È quest’ultima a rivelarlo al lettore, facendosi narratrice di una storia fatta di pochi giorni, quelli successivi al funerale, che ne racchiudono infiniti altri, quelli vissuti come madre e figlia. Una relazione, per sua natura, tanto essenziale quanto intricata, dove l’affetto incondizionato può diventare gelosia, dove l’affermazione della propria identità può tramutarsi in rifiuto delle radici.

  Padre pittore, due sorelle quasi invisibili, i ricordi che riaffiorano al suo ritorno a Napoli. Al centro, lei, Amalia, e lei, figlia, quasi unico soggetto scisso in due corpi, vita dentro altra vita. Una bugia, o forse una verità distorta, detta quando aveva cinque anni e un amore lontano, quello dei suoi genitori, che si sgretola come pane raffermo all’ombra di un uomo, Caserta, soprannome che abbraccia la città della reggia e quella della miseria.
   L’amore molesto è quello di Amalia e Caserta, di Amalia e il marito, di Delia e Antonio, figlio di Caserta, su cui proietta le distorsioni della madre; l’amore molesto è quello di madre e figlia: un amore immenso, ma amore che disturba, che trasforma, che spacca dentro.
  Primo romanzo della misteriosa Elena Ferrante, una scrittura matura che implode nell’essenzialità dei tratti stilistici: abbozzo di Napoli e personaggi, stati d’animo e relazioni sociali che devono rimanere tali: abbozzi portatori di significato.
   Dopo aver letto la quadrilogia de "L’Amica geniale", a stento vi ho rivisto la mano della stessa autrice, con un briciolo di delusione, ma ancor di più con soddisfazione: un libro diverso, diverso dall’altro e da quello che mi aspettavo, perché ogni testo rimanga una realtà a se stante.

venerdì 20 gennaio 2017

Alessandro D'Avenia, L'arte di essere fragili


La forza della comunicazione intertestuale 


  Quando leggi i tuoi pensieri nelle parole di un libro instauri una comunicazione aspaziale e atemporale con l’autore, comunicazione che è significato stesso della letteratura. E se, nel mentre, anche l’autore dialoga con un altro, il lettore diventa parte integrante di quella inesauribile comunicazione di cui il libro è canale.
   “L’arte di essere fragili”, ultimo libro del professore Alessandro D’Avenia, è un esempio sublime della potenza della letteratura, in grado di metterci in contatto con un poeta come Leopardi, vivo nelle pagine, vivo grazie a quelle pagine. 
   Non è un’opera di critica letteraria, come precisa lo stesso autore, ma una “chiacchierata” con Leopardi. D’Avenia immagina di essere l’uomo del ventesimo secolo a cui Leopardi aveva progettato di indirizzare uno scritto, rispondendo alle sue lettere e confrontandosi con lui. Un romanzo epistolare, scritto a quattro mani, dove, alla presenza di D’Avenia, si affianca il poeta ottocentesco, uomo, prima che scrittore, e fragile, sebbene immortale.
“In queste pagine pongo domande (la letteratura serve a fare interrogativi, non interrogazioni) e rispondo a Leopardi, che mi ha a sua volta accolto amorevolmente nelle sue “stanze” (come si chiamavano le strofe delle poesie) scrivendomi lettere accorate e vigorose: questo è un epistolario intrattenuto con lui in uno spazio-tempo creato dall’atto della lettura, lo spazio-tempo della bellezza, che vince sul tempo misurato dagli orologi ed espande la vita come solo amore e dolore, scrittura e lettura” possono fare.”
   Le tappe della vita di Leopardi vengono ripercorse attraverso riflessioni e aneddoti personali, in modo che le private sofferenze di un maestro come lui appaiano come nostre, diventando “passi dell’esistenza umana”. Avvicinare il passato al presente, avvicinando il presente al passato: spiegare la letteratura facendo sì che lo stesso autore si presenti agli alunni di oggi, che hanno una visione spesso falsata e della scuola in generale e di Leopardi in particolare.
   Ma quale pessimismo! Ma quale poeta “sfigato” e gobbo! Ma quale tristezza! L’amore, sì, la passione e la bellezza, invece, canta Leopardi, perché la consapevolezza della felicità, sebbene effimera e cangiante, scorreva nelle sue vene. D’Avenia, nero su bianco, scardina finalmente lo stereotipo leopardiano. Il sottotitolo del romanzo suggerisce la possibilità di salvezza rappresentata da Leopardi, dalla poesia, dalla letteratura non fine a se stessa, ma che permette di comunicare, riflettere, esplorare, porsi domande.
   Un libro che consiglio a chi ama la letteratura e il dialogo, a chi spalanca gli occhi davanti alla bellezza e a chi sa respirare la poesia; a tutti quelli alunni che imparano con spirito critico e a tutti quei professori che non smettono mai di imparare.

giovedì 15 dicembre 2016

Marcela Serrano, L'albergo delle donne tristi

Risultati immagini per l'albergo delle donne tristi
   Marcela Serrano, una delle principali firme della narrativa sudamericana, concentra due elementi a lei cari, Cile e donne, nel romanzo “L’albergo delle donne tristi”.

   Floriana, la protagonista, giunge in un albergo di cui nulla sa il lettore, se non quello che suggerisce il titolo stesso, per una permanenza di tre mesi. Il racconto nasce e si conclude con il suo soggiorno in quel posticino discreto, dove – pian piano si apprende – vivono donne che si portano dentro la tristezza spesso legata alla sofferenza d’amore. È Elena la proprietaria dell’albergo, bella, tenace e imbattibile, una donna che, come tante, ha conosciuto il lato doloroso dell’amore, perché quest’ultimo non fa sconti a nessuno. 
   I discorsi delle ospiti riempiono le mura creando un’atmosfera complice e familiare. Discorsi sulle differenze tra uomo e donna, sul matrimonio, sulle proprie esperienze personali, sui diversi modi di amare, sulla castità, sulle scelte di vita, sul sesso: un crogiolo di parole che aiuta Floriana a riflettere.
   Non solo tristezza causata da una storia d’amore, a portare Floriana nell’albergo è stato anche il dolore implacabile di un lutto, come apprendiamo nella seconda delle tre parti di cui è composto il libro: una lettera scritta dalla sorella Fernandina alla proprietaria dell’albergo, unica testimonianza più diretta di un mondo interiore che Floriana nasconde tra maglie di eccessiva modestia e insicurezza.
   Il nome della protagonista e quello di due sue sorelle deriva dalle isole delle Gualápagos (Floreana, Isabela e Fernandina); solo la più piccola, di nome Dulce, “si è salvata” – come afferma Floreana – ma non fino in fondo… 
   L’attaccamento alla propria terra, evidente nell’identificazione del nome con l’isola, ne denota già il carattere: una natura solitaria, protetta dal contatto con gli altriRifugiarsi in un’altra isola, quella di Chiloé, dove si trova l’albergo, non si rivela una protezione abbastanza solida dai sentimenti: questi tormentano e nascono al di là dello spazio e del tempo. L’incontro con il dottore, Flavián, non potrà far altro che smuoverla dalle sue continue rinunce. La vita è un soffio, che cosa rimarrà di me su questa terra? , si chiede Florena.
   Dopo un inizio lento, cauto e guardingo, il racconto procede lungo una linea ben precisa, dove dialoghi piacevoli e discussioni su cambiamenti e società infarciscono la lettura d’interesse. Sebbene la tematica dell’emancipazione delle donne (occidentali) nella relazione con l’altro sesso possa risultare un po’ banale ai nostri giorni, è giusto tenere a mente che “L’albergo delle donne tristi” è stato scritto ed è ambientato negli anni Novanta, per cui si sente ancora forte l’inno dell’esaltazione della donna, tanto nella sua forza quanto nella sua fragilità.
"Si scrive sempre di qualcosa che è rimasto irrisolto, o delle proprie carenze; non conosco uno scrittore che ami parlare delle sue certezze."