martedì 23 ottobre 2012

James Joyce, Dedalus

"Tenetevi pure la vostra icona. Se proprio vi è necessario un Gesù, sia almeno un Gesù legittimo"   

   
 "Tenetevi pure la vostra icona. Se proprio vi è necessario un Gesù, sia almeno un Gesù legittimo".

    Parole forti, no? Parole provocatorie. 
    Parole di Stephen Dedalus. 
    Un cantante che critica le istituzioni? Un giornalista dalla lingua avvelenata? Un giovane ribelle degli anni '60? No. Stephen Dedalus è un personaggio di James Joyce, o, in un certo senso, è James Joyce.
    Un giovane sì. Ribelle anche - sebbene bisogna considerare la ribellione dal punto di vista costruttivo e non distruttivo. Che critica le istituzioni, pure. Ma nulla a che vedere con l'immaginario nel quale inseriremmo le sue parole, sebbene l'attualità del loro contenuto lo fanno sentire tanto vicino alla nostra realtà. 
    Stephen Dedalus è il personaggio nel quale il desiderio di conoscenza attiva, di decostruzione del dogma, la voglia di agire e di costruire il proprio percorso, si articola in una continua ricerca della propria libertà. Libertà di sbagliare, di correggersi, di migliorare, di capire, di pensare. E di avere dubbi.
    La verità della religione in primis, ma, in senso più ampio, la verità assoluta, elargita senza la più remota possibilità neanche di pensare che non sia tale, inizia a vacillare nella mente irrequieta del giovane, scandagliando le tappe principali della sua crescita e segnandone i punti focali: le amicizie, la famiglia, la Chiesa, il peccato, il senso di colpa, il timore, l'equilibrio... 
    Ogni passo è descritto al fine di avere una panoramica costituita dai dettagli necessari per capire il suo percorso, il percorso di una mente umana, dalla conoscenza imposta alla conoscenza ricercata, in un movimento lento e faticoso che sottolinea l'attività instancabile e senza controllo della persona che cerca, che ricerca, che dubita, che pensa, ma anche del giovane che cresce, che scopre, che soffre dei suoi errori, per poi iniziare a interrogarsi.
    Il contrasto tra libertà intellettuale e religione riapre il suo varco, senza scadere nella mera opposizione e senza limitarsi alla critica. Rimane in bilico. Nel dubbio. Stephen Dedalus afferma la sua libertà di dubitare. Non che sia fiero della sua condizione, non che sia orgoglioso della sua ribellione; chi dubita sa che la ricerca implica una scissione, un momento di stasi, un movimento: in una parola, una crisi. Una crisi che si delinea in alcune delle sue sfumature nell'inimitabile dialogo finale.

    "Cranly, ho avuto una spiacevole lite questa sera".  
    "Con i tuoi?" domandò Cranly.    
    "Con mia madre".    
    "Sulla religione?"    
    "Sì", rispose Stephen. Dopo un silenzio, Cranly domandò:    
    "Quanti anni ha tua madre?"    
    "Non è molto anziana" disse Stephen. "Vuole che compia il mio dovere pasquale".    
    "E tu ubbidirai?"    
    "No" disse Stephen.    
    "Perché no?" domandò Cranly.    
    "Non voglio servire" rispose Stephen.    
    "Questo l'hai già detto altre volte" osservò Cranly, calmo.    
    "E adesso lo dico di nuovo" asserì Stephen con foga. Cranly strinse il braccio di Stephen, dicendo:    
   "Calmati, mio caro. Sei un tipo maledettamente irritabile, lo sai?"Parlando rise innervosito, poi alzò gli occhi sul viso di Stephen con uno sguardo commosso e amichevole, e disse:    
    "Lo sai che sei un tipo irritabile?"    
    "Credo proprio di sì" disse Stephen, ridendo a sua volta.    
    I loro spiriti, negli ultimi tempi allontanatisi, parvero a un tratto essersi fatti più vicini l'uno all'altro.    
    "Credi nell'Eucarestia?" domandò Cranly.    
    "No" rispose Stephen.    
    "Allora non ci credi?"    
    "Né ci credo né non ci credo" rispose Stephen.    
   "Molti hanno dubbi, anche le persone religiose, eppure li superano oppure li ignorano" disse Cranly. "O i tuoi dubbi sull'Eucarestia sono troppo forti?"    
    "Non voglio superarli" rispose Stephen.    
Cranly, per un attimo in imbarazzo, si tolse di tasca un altro fico e stava per portarselo alla bocca quando Stephen disse:    
   "No, per piacere. Non puoi discutere questo problema con la bocca piena di fichi secchi".    
    Cranly esaminò il fico alla luce di un lampione sotto il quale si era fermato. Poi lo fiutò con entrambe le narici, ne staccò un pezzettino con un morso e gettò il fico con violenza nel rigagnolo. Rivolgendosi ad esso là dov'era caduto, disse:    
    "Via da me, maledetto, nel fuoco eterno!"    
    Prendendo Stephen sottobraccio, proseguì e disse:    
   "Non temi che nel giorno del giudizio ti vengano dette queste parole?"    
   "E quale alternativa mi viene offerta?" domandò Stephen. "Un'eternità di beatitudine in compagnia del decano della facoltà?"    
    "Ricorda" osservò Cranly "che sarebbe glorificato".    
    "Già" disse Stephen, non senza amarezza "luminoso, snello, impassibile e, soprattutto, sottile".    
   "È curioso, sai" disse Cranly, sereno, "il fatto che la tua mente sia così satura della religione nella quale dici di non credere. Quando eri in collegio ci credevi? Io scommetto di sì".    
    "Ci credevo" rispose Stephen.    
    "Ed eri più felice, allora?" domandò Cranly, piano. "Più felice di adesso, per esempio?"    
    "Molte volte felice" rispose Stephen "e molte volte infelice. Ero un'altra persona, allora".    
    "Come, un'altra persona? Che cosa vuoi dire con questo?"    
    "Voglio dire" rispose Stephen "che non ero quello che sono adesso, quello che dovevo diventare".


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