sabato 5 gennaio 2013

Henry Miller, Tropic of Cancer

Quando il cancro è luce

   Prima di essere capito, un libro va letto. E leggere un libro non significa sfogliarlo  né reperire passivamente il significato superficiale del testo o accarezzarlo senza stringere nelle mani l'inchiostro. Leggere un libro significa immergersi nell'inchiostro, respirarne ogni parola, spremerne ogni riga per assaporarne il nettare. 
   Più spremi e più berrai, più stritoli e più ti disseterai.
   Un libro vietato, censurato, rifiutato, un libro etichettato come volgare e scabroso, un libro come "Tropic of Cancer" va letto e assaporato, perché ogni scelta o non scelta del proprio autore risponde all'esigenza conscia o inconscia dell'autore stesso. E una volta spremuto anche questo libro, ogni goccia del suo inchiostro scriverà nuovi pensieri, ben lontani dalle prime superficiali descrizioni, e renderà ogni particolare scabroso così naturale, spontaneo, inevitabile: quasi inosservato.
   Ad esempio, l'uso di termini forti, a lungo criticato negativamente, risulta naturale se se ne comprende il motivo, da ricercare nell'iniziale e aperta dichiarazione di vandalismo artistico nei confronti delle ferree idee e solidi ideali (quali l'arte, la bellezza, il tempo...) che vengono volutamente sgretolati. Sin dalle prime pagine, dunque, è lo stesso narratore a mettere in chiaro l'innovata concezione creativa concretizzata nell'opera.
   "Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l'uomo più felice del mondo. Un anno, sei mesi fa, pensavo d'essere un artista. Ora non lo penso più, lo sono. Tutto quel che era letteratura, mi è cascata di dosso. Non ci sono più libri da scrivere, grazie a Dio.

Alcune delle copertine del libro, che traducono in immagini
(accentuando?) la sessualità presente nel  testo. 
   E questo allora? Questo non è un libro. È libello, calunnia, diffamazione. Ma non è un libro, nel senso usuale della parola. No, questo è un insulto prolungato, uno scaracchio in faccia all'Arte, un calcio alla Divinità, all'Uomo, al Destino, al Tempo, all'Amore, alla Bellezza... a quel che vi pare. Canterò per voi, forse stonando un po', ma canterò. Canterò mentre crepate, danzerò sulla vostra sporca carogna...

   Per cantare bisogna prima aprire la bocca. Ci vogliono un paio di polmoni, e qualche nozione di musica. Non occorre avere fisarmonica, o chitarra. Quel che conta è voler cantare. E dunque questo è canto. Io canto."

Il libro è un insulto, è un'offesa alle tradizionali pratiche artistiche che si vogliono deliberatamente scardinare.


   "Ho fatto con me stesso il tacito patto di non correggere un rigo di quel che scrivo. Non m'importa di tornire i miei pensieri, né le mie azioni. [...] È il trionfo dell'individuo sull'arte.   Una sola cosa mi interessa, ora, e ha per me un'importanza vitale: registrare tutto quello che nei libri è omesso. Nessuno, che io sappia, ha usato finora quegli elementi che sono nell'aria, e che danno scopo e motivo alla nostra vita."

   Nel testo è già presente ogni risposta che possa illuminare le perplessità di un lettore disorientato: l'intento di sradicare l'abitudine letteraria e sconvolgerla dall'interno, al fine di colorare il panorama artistico con le scintille del cambiamento, è esplicitamente segnalato e corrisponde, a livello contenutistico, all'interesse nel REGISTRARE TUTTO QUELLO CHE NEI LIBRI È OMESSO. Dal punto di vista stilistico, invece, la spontaneità - per quanto fittizia possa essere, perché risponde sempre al gioco creativo dello scrittore - è ribadita dalla volontà di NON CORREGGERE UN RIGO DI QUELLO CHE SCRIVO.
   Il cancro è proprio l'assenza di cambiamento, la stasi, la rovina, la monotonia, che coinvolge l'arte, l'uomo, ma che si riflette anche nel tempo:
"Non c'è il minimo indizio di cambiamento. Il cancro del tempo ci divora. I nostri eroi si sono uccisi, o s'uccidono. Protagonista, dunque, non è il Tempo, ma l'Atemporalità."
   Da alcune delle pagine più preziose del libro, estraggo un altro passaggio, dove si ribadisce la particolare concezione del tempo e l'estenuante miraggio del cambiamento:

"Per una frazione di secondo, forse, io provai quella estrema chiarezza che all'epilettico, dicono, è dato di conoscere. In quel momento io persi completamente l'illusione del tempo e dello spazio: il mondo spiegò il suo dramma simultaneamente, lungo un meridiano che non aveva asse. [...] Sul meridiano del tempo non c'è ingiustizia; c'è soltanto la poesia del movimento, che crea l'illusione della verità e del dramma."

   Emerge quasi senza apparente importanza, per poi essere ribadito costantemente, il tema della fame, che si delinea attraverso diverse sfaccettature, tutte ampiamente simboliche, e prima tra tutte l'immagine della carne. Il narratore ha fame, anzi quasi muore di fame quasi perversamente, come ammette egli stesso. La sua è una necessità che non si maschera mai di abitudine: lui vuole avere la percezione fredda e intensa del bisogno vitale di mangiare. Ad accentuare la valenza simbolica del tema, è il rimando all'insoddisfazione, e alla intrinseca esigenza di cambiamento, che può essere così sintetizzata: l'individuo ha bisogno di essere nutrito - con tutte le valenze che implica l'idea di nutrimento.

"Io sono morto solo spiritualmente. Fisicamente sono vivo. Moralmente sono libero. Il mondo da cui mi son staccato è un serraglio. Erompe l'alba su di un mondo nuovo, una giungla in cui gli spiriti magri vagano con gli artigli aguzzi. Se io sono una iena, sono una iena magra e affamata: vado a ingrassarmi."
    Palpita l'impulso vitale della libertà nell'animo del protagonista, impulso che spiega anche il costante rimando al sesso, definito esattamente "attimo di libertà". 
"[...] e in un certo senso è questo che mi accade ogni volta che ho l'orgasmo. Per un secondo, come dire? dimentico me medesimo. Non c'è più nemmeno un me stesso allora... non c'è nulla..."
   La libertà, che si consuma nel sesso, si ricerca e si ostenta in ogni atteggiamento, tanto da diventare quasi marcia, quasi a diventare una nuova prigione, tanto da alimentare il desiderio di distruzione, disordine, imperfezione: annientamento, come unico rimedio per rendere possibile la rinascita.
"E quando mi mostrate un uomo che si esprime correttamente io non dirò che egli non è grande, ma dirò che non mi attrae... Per me, gli manca l'eccesso, lo smodato. Quando penso che ciò che l'artista implicitamente si propone è di rovesciare i valori costituiti, far del caos che lo circonda un suo ordine, seminare lotta e fermento, sì che per un rilancio emotivo quelli che son morti rinascano alla vita, allora io corro con gioia ai grandi imperfetti, la loro confusione mi nutre, il loro balbettamento è musica divina ai miei orecchi."
E nella rassegnazione, nella disillusione, si intravede l'ombra della luce, una luce macabra, una luce fioca e tetra. Ma pur sempre luce. Da qui, la scelta del titolo: il Tropico del Cancro è il parallelo dell'emisfero settentrionale dove il Sole raggiunge lo zenit durante il solstizio d'estate; dunque, cancro e zenit, marcio e luce, vita e morte, non visti come opposti, bensì come equivalenti, che generano una miscela inestricabile: il cancro è vita, luce, possibilità di rinascita a partire dal marcio, possibilità di ristabilire l'ordine da dentro il caos stesso.
"Forse siamo condannati, non c'è speranza per noi, per nessuno di noi, ma se è così, lanciamo un ultimo urlo d'agonia e di sangue aggrumato, uno strillo di sfida, un grido di guerra! Basta coi lamenti! Basta  con le elegie e le trenodie! Basta con le biografie e le storie e le biblioteche e i musei! Che il morto mangi il morto. E noi vivi danziamo sull'orlo del cratere, un'ultima danza di morte. Ma che sia una danza!"

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