domenica 26 maggio 2013

F. S. Fitzgerald, Il grande Gatsby

Gatsby e il "donchisciottismo" moderno


   Inseguiamo tutti un sogno. Dal desiderio di veder realizzato un proprio diritto come quello al lavoro, all'ambizione più suprema. Sogni diversi, di varia portata, che ci animano e ci spronano a mirare sempre all'orizzonte, nella speranza o nella convinzione di raggiungere il nostro obiettivo. Eppure è nella natura del sogno non sapere come sia una volta concretizzato, dal momento che corrisponde a una creazione immaginaria; e questa inconsistenza ci vieta di sapere se effettivamente la sua realizzazione potrà renderci felici. Perché è questo che vogliamo: essere felici. E associamo la felicità al raggiungimento della nostra meta ideale. E se questo sogno finisse per schiacciarci?

   "Il grande Gatsby" parla di un sogno: perseguito con tenacia, dedizione, impegno. "Il grande Gastby" - per meglio dire - parla di un sogno realizzato. Di origini povere, da anonimo ma ambizioso diciassettenne, egli riesce a diventare l'ideale di uomo a cui ambiva: ricco, conosciuto, potente... e amato da una specifica donna. Interrompendo la sua vecchia vita - confine segnato dalla guerra, ovvero dalla lotta e dalla dimostrazione del suo valore - Gatsby crea la sua nuova identità. Cervantinamente, si ricrea, dandosi un nuovo nome, riscrivendo le sue origini e adattando la sua personalità al suo ideale. Per questo motivo, sceglie le parole con attenzione - tanto da sfociare nella ripetizione della caratteristica espressione "vecchio mio" -, cura il suo atteggiamento e appare sempre impeccabile, completamente adattato al suo ruolo.
  Sorrise con aria comprensiva, molto più che comprensiva. Era uno di quei sorrisi rari, dotati di un eterno incoraggiamento, che si incontrano quattro o cinque volte nella vita. Affrontava - o pareva affrontare - l'intero eterno mondo per un attimo, e poi si concentrava sulla persona a cui era rivolto con un pregiudizio irresistibile a suo favore. La capiva esattamente fin dove voleva essere capita, credeva in lei come a lei sarebbe piaciuto credere in se stessa, e la assicurava di aver ricevuto da lei esattamente l'impressione che sperava di produrre nelle condizioni migliori. Esattamente a questo punto svaniva, e io mi trovavo di fronte a un giovane elegante che aveva superato da poco la trentina e la cui ricercatezza nel parlare rasentava l'assurdo. Già prima che si presentasse, avevo avuto l'impressione precisa che scegliesse le parole con cura.
   L'immagine che gli altri hanno di lui corrisponde alla proiezione che lo stesso Gatsby ha di sé, ma il margine di mistero è rimarcato dalle diverse leggende che accrescono la finzione del suo personaggio, a dimostrazione di come la sua vera identità sia, in realtà, inafferrabile e costruita sulla base di idee e fantasie.
   La verità è che Jay Gatsby di West Egg, Long Island, era scaturito da una concezione platonica di se stesso. Era un figlio di Dio - frase che, se vuol dire qualcosa, vuol dire proprio questo - e doveva continuare l'opera del padre mettendosi al servizio di una bellezza vistosa, volgare, da prostituta. Così invento con Jay Gatsby il tipo che poteva venir inventato da un diciassettenne e rimase fino alla fine fedele a questa concezione.
    Gastby nasce da se stesso, nasce dall'ideale che aveva di se stesso, ideale che è la causa e l'effetto del suo miraggio. Spinto dal desiderio di affermarsi nella società e conquistare Daisy, la donna da sempre amata, compra un'imponente villa esattamente nella sponda opposta all'abitazione di lei. Raggiunta la posizione sociale a cui ambiva, il sogno deve completarsi riprendendo un altro capitolo incompiuto della sua vita precedente: la sua storia d'amore. E quando Gastby, nella notte, si perde con lo sguardo al di là della baia, in realtà non sta osservando la casa di Daisy, bensì la luce verde del suo molo. Sebbene questa luce rappresenti simbolicamente la stessa Daisy, finisce col soppiantarla: Gastby vivrà per quella luce verde, per il desiderio di raggiungerla e non per il desiderio di averla. Dunque, la luce sarà il motivo che l'ha spinto al cambiamento, ma anche il risultato del suo stesso cambiamento.
   "Se non ci fosse la nebbia si vedrebbe la tua casa di là dalla baia" disse Gatsby. "C'è sempre una luce verde accesa tutta la notte all'estremità del tuo pontile".   Daisy infilò bruscamente il braccio sotto quello di lui, ma Gatsby parve assorto in quello che aveva detto. Forse gli era venuto in mente che il significato colossale di quella luce era ormai finito per sempre. In confronto alla grande distanza che lo aveva separato da Daisy, la luce era sembrata molto vicina a lei, come se la toccasse. Era sembrata vicina come una stella alla luna. Ora era di nuovo la luce verde di un pontile. Il numero degli oggetti fatati era diminuito di uno.
   Come la sua passione creatrice lo porta a ricreare la sua immagine, allo stesso modo l'idealizzazione di Daisy lo spinge a vedere la proiezione della sua donna (la luce verde) e non effettivamente la donna reale.
   Quando andai a salutare vidi che era ritornata sul viso di Gatsby l'espressione stupita, come se gli fosse nato un lieve dubbio sull'entità della felicità presente. Quasi cinque anni! Perfino in quel pomeriggio dovevano esserci stati momenti in cui Daisy non era riuscita a stare all'altezza del sogno, non per sua colpa, ma a causa della vitalità colossale dell'illusione di lui che andava al di là di Daisy, di qualunque cosa. Gatsby vi si era gettato con passione creatrice, continuando ad accrescerla, ornandola di ogni piuma vivace che il vento gli sospingesse a portata di mano. Non c'è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore.
   Creare la propria identità in un determinato momento comporta inevitabilmente la perdita di un periodo di tempo: il passato appartiene ad una vita che è stata soppiantata. Come poterlo recuperare? Alla realizzazione del suo sogno, al raggiungimento di Daisy, lo stesso sogno inizia a traballare. La luce verde si spegne. E la nuova ossessione di Gatsby diventa quella di ricreare addirittura il passato: negandolo. Se la negazione del proprio passato avviene tramite le parole, che possono modificare la realtà, il passato degli altri non può essere modificato se non tramite le parole che solo gli altri possono pronunciare. Ognuno ha potere sulla propria vita, ma quando Daisy deve negare di aver amato l'attuale marito, Tom, si rende conto di non poterlo fare. La vita vissuta da Daisy nei cinque anni di assenza di Gatsby non può essere cancellata.
   Parlò molto del passato, e ne dedussi che cercava di ritrovare qualcosa, forse un concetto di se stesso che era scomparso nell'amore per Daisy. Da allora la sua vita era stata confusa e disordinata; ma se poteva ritornare a un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto da capo, sarebbe riuscito a scoprire qual era la cosa che cercava...
   Dalla consapevolezza di non poter esercitare sugli altri lo stesso potere di creazione che aveva impiegato con se stesso, l'identità forgiata dal protagonista entra in crisi e gestirla diventa sempre più difficile. E davanti a quegli occhi sempre aperti di una vecchia pubblicità (il cui rimando a Dio mi sembra banale sottolineare), l'equilibrio del suo mondo si sgretola. Eppure, simbolo di speranza e convinzione, Gatsby rimarrà sempre ottimista e fiducioso nel proprio futuro: sa che Daisy l'ha sempre amato, sa che il suo futuro è con lei, sa che lei chiamerà. A non essere convinta, a vacillare sotto lo sguardo di quegli occhi, è il resto della società.

Gli occhi di T.J. Eckleburg

   Nell'attesa che le sorti della sua vita continuino a seguire il percorso designato nella sua mente, nell'immensa villa - una volta scenario di feste sfarzose e simbolo per eccellenza di popolarità e divertimento, e ora spenta e desolata -, Gatsby si abbandona in piscina. Per tutta l'estate non era riuscito a farsi un bagno, e ora, nella malinconica assenza di obiettivi, impotente di fronte a un futuro che ora non dipende più da lui, si perde in quelle acque. La purificazione dell'acqua, simbolo per eccellenza di vita e morte, si chiude col rumore degli spari. E con la sua morte, muore il sogno americano.
   Passai a New York i miei sabato sera perché quei suoi ricevimenti sfavillanti, abbaglianti, erano rimasti così vivi in me, che udivo ancora la musica e le risate lievi e incessanti che giungevano dal suo giardino e le automobili che continuavano a percorrere il suo viale. Una sera udii un automobile vera, e vidi i fari fermarsi ai gradini d'ingresso. Ma non andai ad informarmi. Probabilmente era un ultimo ospite che arrivava dall'altra estremità della terra e non sapeva che la festa era finita.

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