lunedì 9 giugno 2014

Charles Bukowski, Hollywood, Hollywood!

Autore di racconti, poesie, sceneggiature, artista senza grandi pretese ma, come tale, dall'ego spropositato. Sto parlando di Charles Bukowski, lo scrittore americano, nato in Germania, dalla personalità eccentrica e anticonformista e lo stile che ne rispecchia ogni tratto. Vale la pena conoscere la sua scrittura: cruda, netta, diretta, "sincera". Vi ho già parlato del sorprendente "Post-office" (che trovate qui); oggi invece vorrei presentarvi un suo libro che mi è capitato tra le mani, dal titolo "Hollywood, Hollywood!".
   Si tratta di un romanzo del 1989 che ripercorre le vicende dello stesso autore, nei panni del suo alter-ego letterario Henry Chinaski (spesso detto "Hank"), alle prese con la realizzazione di un film. Sebbene avverso al mondo hollywoodiano, Bukowski, qualche anno prima, senza mai tradire nel contenuto questa stessa avversione, aveva accettato di scrivere la sceneggiatura di un film, dal titolo "Barfly", che nel romanzo prende il nome di "The Dance of Jim Beam". All'interno della finzione narrativa, i nomi trasposti dalla realtà cambiano; non solo quelli dello stesso autore-protagonista e del film, ma anche quelli degli altri personaggi, come gli attori Mickey Rourke e Faye Dunaway, che diventano rispettivamente Jack Blesdoe e Francine Bowers, e il regista Barbet Schroeder, chiamato Jon Pinchot.

"Barfly" (1987) film scritto da Bukowski.

   E' possibile scovare anche altri riferimenti a persone reali, ad esempio dietro il nome Jon-Luc Modard si "nasconde" il regista della Nouvelle Vague Jean-Luc Godard, o Tom Pell che rimanda a Sean Penn. "Hollywood, Hollywood!" è un chiaro esempio di "roman à clef" (romanzo a chiave), perché descrive la realtà filtrandola attraverso una patina di finzione.

   Le caratteristiche dello stile di Bukowski e le tematiche a lui care sono presenti anche in questo romanzo, nel quale troverete capitoli brevi ma incisivi, molto dialogo, scene ironiche, corse ai cavalli e fiumi di alcol. Non a caso, il nome del film "barfly" significa esattamente "frequentatore abituale di bar", proprio perché l'argomento principale è quello di un ubriacone che passa la sua vita dentro i bar. Il motivo di questa scelta ce lo spiega lo stesso autore in un passo del romanzo:

E sentivo che c'era un'intera civiltà di anime perse che bazzicava dentro e fuori dai bar, di giorno, di notte, per sempre, finché moriva. Non avevo mai letto nulla dedicato a queste persone, così decisi di scrivere qualcosa io, frugando nella mia memoria. La vecchia, fedele macchina da scrivere mi seguiva ticchettando.

  Con la creazione del romanzo si vuole ripercorre la creazione del film, dall'idea, alla ricerca di attori, regista, finanziatori, fino alle riprese, al montaggio, alla presentazione al Festival di Cannes e all'uscita nelle sale. Lo stesso Bukowski, come ricorda nel libro, ha recitato in un cameo (una breve apparizione) durante una scena in un bar.  
   Oltre alla letteraria devozione per questo scrittore, mi sono piaciute molto le rare ma significative riflessioni del narratore sulla scrittura, o meglio sulla sua scrittura, in cui ho trovato la consapevolezza e la derisione delle persone che lo criticavano e la tranquilla determinazione di chi obbedisce ad una sorta di obbligo artistico (quello di sedersi davanti alla macchina da scrivere) alla quale si affida con naturalezza, consapevole del fatto che ne verrà ripagato.


Il film: "Barfly"

Ebbene sì, l'anti-eroico Henry Chinaski letterario esce dalle pagine dei libri di Bukowski per diventare immagine, un'immagine scelta e voluta dallo stesso creatore e non frutto dell'immaginazione di un terzo. Barbetta incolta, vestiti sporchi, mento sporgente, ferite fresche sul volto, andatura zoppicante e bottiglia sempre in mano: ecco Henry Chinasky secondo Bukowski!

Mickey Rourke nei panni di Henry Chinaski.

 Film per il cinema hollywoodiano, ma che di Hollywood non ha nulla, "Barfly" è un film tecnicamente preciso e dai dialoghi memorabili e, senza alcun dubbio, originale nel contenuto. La cinepresa si apre sulla notte, illuminata dalle luci dei bar, fino ad entrare in uno di questi, "The Golden Horn", nel cui retro sta avendo luogo una rissa. Paradossalmente la scritta che appare sotto l'insegna del bar è "A friendly place". Così ci viene presentato Henry: un ubriacone che scazzotta abitualmente con il barista Eddie e che finisce abbandonato in strada col sangue che gli macchia viso e nocche. Ma Henry non è solo questo, Henry è il tipo che la sera dopo sfida nuovamente a cazzotti il barista.
   Henry non ha alcuna pretesa dalla vita e dalla sua inclinazione letteraria, particolarità che donano al film un umorismo che strappa più di un sorriso. Quando non è al bar è nella sua catapecchia a scrivere poesie su fogli volanti e col sottofondo di musica classica. 
   L'incontro con l'affascinante Wanda dà una svolta alla storia. Anche nel rapporto con le donne, l'assenza di pretese e la consapevolezza di non essere mai ancora stato amato denota una forte coscienza della realtà e una pace interiore che si fonda proprio sul disordine e sulla casualità. Henry non ha radici, né le vuole, e si batte contro tutto ciò che il barista Eddie rappresenta: ovvietà e mancanza di originalità. 

Faye Dunaway nella "scena delle gambe".

   Dopo aver letto il libro che ne descriveva la realizzazione, ho inevitabilmente prestato attenzione ad alcuni particolari, ad esempio al fatto che l'attrice voleva girare una scena in cui si vedessero le sue belle gambe, scena che troviamo effettivamente nel film; o quella in cui Chinaski afferma di aver finito di bere perché ha finito i soldi, ma lascia una bottiglia di birra mezza piena sul bancone. Nel libro, il narratore accenna ad una discussione col regista per sostituire la scena, dato che è impensabile che un ubriacone smetta di bere ancor prima di essersi scolato il possibile! Nel film, però, la bottiglia non è vuota, dunque la scena non è stata cambiata.
   Il film è interessante, ironico e accattivante, sicuramente qualcosa a cui non siamo abituati. Il film si chiude con la telecamera che si allontana dallo stesso bar iniziale, così come vi era entrata, lasciando i protagonisti della notte a quella vita di cui abbiamo avuto un assaggio.


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