lunedì 18 luglio 2016

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia

222 pagine divise in sette capitoli con intermezzi di storie. Primo romanzo di Baricco, uno schizzo di locomotiva sulla copertina, simbolo di movimento che diventarà staticità. Linguaggio secco, neologismi, punteggiatura rinnovata e fantasia intrisa di realtà. Con questo romanzo, Baricco si presentava allo scenario letterario italiano nel 1991.

Entriamo nello specifico.


Di che parla? 
Le storie che si intervallano sono essenzialmente due, quella del signor Rail, eterno viaggiatore che torna sempre al luogo di partenza dove l'attende la paziente moglie, e quella di Pekisch, uomo che vive di note; due storie principali che risultano ben presto indivisibili dalla ragnatela delle vite intrecciate degli abitanti di Quinnipak.
A Quinnipak c'è la signora Rail, Jun, che attende i ritorni del marito, sempre annunciati dall'invio di un regalo: una scatoletta contenente lo stesso gioiello, che con lui viaggia e da lei sempre torna. C'è Pehnt, un bambino che suona con Pekisch e grazie a lui impara a conoscere il mondo, di cui appunta ogni scoperta: nomi numerati e catalogati, perché la realtà fa meno paura quando tentiamo di ordinarla. E ancora, la signora Abegg "sposata per tre anni con un libro" e la locomotiva Elizabeth, che giace immobile in attesa che il progetto della costruzione di una ferrovia venga portato a termine. Dove conduca non è poi importante, basta solo regalare agli abitanti di Quinnipak, e a chiunque sia lì di passaggio, l'illusione del continuo movimento, la possibilità di poter andare. 
A Quinnipak c'è anche Hector Horeau, uomo di veridicità storica, la cui proposta per la costruzione del Crystal Palace fu tenuta in considerazione e poi accantonata.
Ma soprattutto, a Quinnipak, c'è l'umanofono. Un organo realizzato da note prodotte ognuna da un essere umano. Ogni persona ha la sua nota e a dirigere l'intero strumento è Pekisch, l'unico che, data l'enorme quantità di musica che ha in testa, non riesce ancora a scovare la sua. A Quinnipak, c'è un insieme di note, ogni abitante ha la sua, ed insieme fanno la realtà a se stante, un po' confusa, misteriosa e interessante, che è la vita del romanzo.


Stile e riferimenti letterari
Nel calderone dei riferimenti letterari troneggia l'uso postmoderno della punteggiatura, talvolta assente, sostituita da semplici spazi, altre volte non comune, come l'uso della barra /. Il seguente passaggio è un esempio di congiunzione che definirei "ridondante e anaforica", con una virgola e una "e" che allungano le pause:
"Per terra, la terra è secca, e bruna, e dura. Se l'è bevuta il sole, per ore, cancellando una notte di acqua, e lampi, e boati. Finissero nel nulla, così, anche le paure."
Le citazioni in tedesco che aprono alcuni capitoli provengono dallo scrittore Rilke e l'autore, non curandosi di apportarne una traduzione, riprende quell'interesse che era anche di T.S. Eliot di inserire un testo in lingua straniera senza ridurlo in netto significato, ma lasciandolo al non detto.
Per gli amanti della letteratura spagnola, facile riconoscere nella morte di Andersson quella di Don Giovanni (o meglio, Don Juan Tenorio), dove la riduzione delle parole nella prosa che si fa versi crea visivamente la graduale assenza di caratteri e, quindi, di vita. Lo stile si fa asciutto in brevi pagine, cosparse qua e là di righe, o si riempie di lettere tra Pekisch e Pehnt, all'insegna della varietà stilistica.


Citazioni dal libro
Sprazzi di testo, tratti dal romanzo, che ho sottolineato durante la lettura.


"Perché è così che ti frega la vita. Ti piglia quando hai ancora l'anima addormentata e ti semina dentro un'immagine, o un odore, o un suono che poi non te lo togli più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quand'è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, dal quel suono, da quell'odore. Alla deriva."


"Sui treni, per salvarsi, leggevano.Linimento perfetto. La fissa esattezza della scrittura come sutura di un terrore. L'occhio che trova nei minuscoli tornanti dettati dalle righe la nitida scorciatoia per sfuggire all'indistinto flusso di immagini imposto dal finestrino.  [...] La velocità del treno e la fissità del libro illuminato. L'eternamente cangiante multiformità del mondo intorno e l'impietrito microcosmo di un occhio che legge. Como un nòcciolo di silenzio nel cuore di un boato." 


Cosa ne penso
Non sono d'accordo. 
Non sono d'accordo nell'affermare che "Baricco o lo si ama o lo si odia". 
Non sono d'accordo nel definire "Castelli di rabbia" un libro senza trama. 
Non sono d'accordo sull'evidenza della difficoltà di lettura del romanzo in questione.
Non condivido la concezione aut aut della scrittura di Baricco, dal momento che nella sua produzione ci sono libri che ho apprezzato molto (come Novecento) e altri che non mi hanno colpito (vedi Seta); non si può aprire un suo romanzo dando per scontato che ci piacerà o meno, solo perché "generalmente" ci piace o meno. Vero è che lo stile di Baricco, essendo un insieme congeniale di sperimentazioni del passato, divenute ormai quasi "tradizionali", riviste in chiave "post-moderna", non è evoluto poi molto dal 1991, anno di pubblicazione del suo primo romanzo ("Castelli di rabbia" appunto), ma si è andato consolidando; quindi aprendo un suo nuovo libro di certo non ci si aspetterà uno stile "manzoniano".
"Castelli di rabbia" non è un libro innovatore di per sé, perché riprende tanto da quello che già c'è, ma nel panorama italiano riesce a farsi spazio, a rappresentare un'alternativa. Tutto ciò che non si capisce del libro, tutto ciò che rimane incerto, è il risultato della rabbia stessa che compare nel titolo, non sabbia, ma sogni che cercano di essere portati avanti comunque, nonostante l'impossibilità di poter mai capire del tutto.
Piaciuto.

Nessun commento:

Posta un commento