lunedì 26 settembre 2016

Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome

   “Storia del nuovo cognome” è il secondo volume della quadrilogia di Elena Ferrante. Qui si racconta, sempre per mano della narratrice protagonista Elena Greco, le vicende che hanno coinvolto lei e l’amica Lila durante la giovinezza. Con le sue 470 pagine, divise in 125 brevi capitoli, il romanzo è il più corposo dei quattro, sebbene dedicato ad una sola sezione, la giovinezza appunto.
   Lo stile impeccabile e pulito, la maestria dell’artigiano che tesse la storia con linearità e rimandi temporali, l’atmosfera nostalgica e tenera velata talvolta dalla tristezza, le riflessioni della protagonista di ieri e di oggi restano invariati rispetto al primo volume, con cui forma un tutt’uno. Ne è visceralmente legato, ma, affrontando un periodo ben diverso da quello dell’infanzia, i toni si fanno leggermente più diretti, meno ovattati, soprattutto quando vengono introdotte nuove tematiche, come quella del sesso. La tematica centrale, però, è e rimane l’amicizia tra Elena e Lila, un’amicizia fatta di complicità e di allontanamenti, di gesti concreti e insofferenza, sentimenti contraddittori dovuti al continuo bilanciamento tra la vita delle due, che prendono strade completamente diverse. Elena prosegue gli studi, dal liceo classico fino all’università a Pisa; Lila, invece, seguita a vivere nel rione, a incitare l’amica nello studio – quello studio che lei avrebbe tanto voluto continuare e che a tratti riprende privatamente – e a seguire le tappe prestabilite per una donna: matrimonio, casa, figli.
   La storia del nuovo cognome è quella di Lila Cerullo che diventa Lila Carracci, un cognome che scompare e si trasforma così come è costretta a scomparire e a trasformarsi la donna nel rapporto di coppia

Raffaella Cerullo, sopraffatta, aveva perso forma e si era sciolta dentro il profilo di Stefano, diventandone un’emanazione subalterna: la signora Carracci.

   Sin dalla luna di miele, la relazione col marito Stefano si incrina e Lila impara a subire le botte dell’uomo, che tenta di affermarsi e farsi ubbidire usando la violenza. Lila, come Elena, è una figlia che ha visto fare lo stesso a suo padre e a (quasi) tutti gli uomini del rione: genitori che si incarnano nei figli, don Achille che rinasce nel figlio Stefano e colpisce la moglie.
   La persecuzione dei genitori sui figli assilla anche Elena, che teme di diventare come sua madre, dall’occhio storto e la camminata claudicante. La sua lotta, il suo impegno nello studio, nascono soprattutto dal desiderio di rincorrere un ideale che sia il più lontano possibile da quello della madre.

Possibile che i genitori non muoiano mai, che ogni figlio se li covi dentro inevitabilmente? Dunque da me davvero sarebbe sbucata mia madre, la sua andatura zoppa, come un destino?

   L’obiettivo di Elena di distaccarsi dalle sue origini, sebbene sia consapevole dell’impossibilità di eliminarle del tutto, va di pari passo con quello di Lila di cancellare le sue tracce, che emerge gradualmente. Nella foto ingrandita del matrimonio di Lila con le scarpe Cerullo, da sistemare nel nuovo calzaturificio realizzato da Stefano in società con i terribili Solara, Lila sfoga la sua creatività e la sua rabbia, acconsentendo a posizionarla lì solo a patto di aggiungere alcune modifiche. Così, utilizzando cartoncini neri e colore, la foto si trasforma, il viso di Lila scompare, la sua figura viene cancellata, facendone emergere solo determinati tratti. 

Lila era felice, e mi stava trascinando sempre più nella sua felicità feroce, soprattutto perché aveva ritrovato di colpo, forse senza nemmeno rendersene conto, un’occasione che le permetteva di rappresentarsi la furia contro se stessa, l’insorgere, forse per la prima volta nella sua vita, del bisogno […] di cancellarsi.Oggi, alla luce di tanti fatti che sono successi in seguito, sono abbastanza certa che le cose andarono proprio così. Con i cartoncini neri, coi cerchi verdi e violacei che Lila tracciava intorno a certe parti del suo corpo, con le linee rosso sangue con cui si trinciava e diceva di trinciarla, realizzò la propria autodistruzione in immagine, la offrì agli occhi di tutti nello spazio comprato dai Solara per esporre e vendere le sue scarpe.

   Tra i numerosi personaggi appartenenti alle famiglie del Rione, di cui assistiamo alla crescita e alle vicende che li coinvolgono, spesso intrecciate a quelle delle due protagoniste, ritorna e si rafforza uno chiave: Nino Sarratore. Da piccolo, aveva lasciato il rione trasferendosi altrove con la famiglia, in seguito ad una spiacevole vicenda di tradimento da parte del padre Donato con Melina, ed Elena, l’aveva visto andare via, già infatuata di lui, pensando di non vederlo mai più. Ed invece, ecco che frequenta il suo stesso liceo, due anni più avanti, ma lei si limita ad osservarlo e contemplarlo da lontano, pensando di non essere stata riconosciuta. D’estate, inoltre, lo rincontra in vacanza e i due finalmente si parlano: i loro discorsi sono altamente stimolanti per Elena, che vede in lui un esempio di cultura, intelligenza, di possibilità di affermarsi fuori dal rioni, di salvezza
   Numerose e disparate vicende, però, porteranno anche Lila a vedere in lui la stessa àncora di salvezza, ma mentre Elena si limita ad immaginare e a vivere di parole, l’amica realizza le sue idee e trasforma in concretezza i suoi desideriElena vive nelle vite altrui, come una scrittrice che proietta sugli altri i fatti che immagina per sé: così, vede realizzarsi l’amore che fantasticava per lei e Nino in lui e Lila. Ancor prima di diventare la scrittrice effettiva della storia, e ancor prima di pubblicare il suo primo romanzo, come accadrà subito dopo l’università, lei già “scriveva” storie. Nella scrittura di Elena, però, riecheggia la scrittura di Lila, autrice de “La fata blu” quando andava alle elementari e scrittrice segreta di otto quaderni, che affida in custodia all’amica. Chi scrive realmente la storia, dunque, Elena o Lila? Entrambe?

E la sua vita si affaccia di continuo nella mia, nelle parole che ho pronunciato, dentro le quali c’è spesso un’eco delle sue, in quel gesto determinato che è un riadattamento di un suo gesto, in quel mio di meno che è tale per un suo di più, in quel mio di più che è la forzatura di un suo di meno.

   Alla felicità di Lila corrisponde l’infelicità di Elena, al senso di soddisfazione di quest’ultima, l’insoddisfazione dell’amica: tra le due c’è una perenne disparità, un’alternarsi di sentimenti che raramente combaciano. Quando Elena, ormai laureatasi, ritrova Lila, che ha cambiato vita, si presenta soddisfatta e orgogliosa di se stessa, ma si rende ben presto conto che il suo non è un vantaggio nei confronti dell’altra, che non c’è una vera vittoria.

Capii che ero arrivata fin là piena di superbia e mi resi conto che – in buona fede certo, con affetto – avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Ma lei se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora, rischiando attriti coi compagni di lavoro e multe, stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.

   Gli anni dell’università di Elena a Pisa sono raccontati brevemente. Sono gli anni in cui le due amiche si allontanano, anni in cui Lila, sempre protagonista, non è presente, per cui il tempo accelera nella memoria della narratrice. Tornata a Napoli, Elena sente nel rapporto con la sua città e i suoi abitanti di essere riuscita a realizzare quel distacco e quella trasformazione di sé che aveva sempre inseguito con ardore. Forse c’è davvero la possibilità di differenziarsi, mentre Lila, durante una conferenza su Darwin a cui era andata con Elena durante i tempi del liceo, sosteneva che non ci fossero differenze tra esseri umani e animali. Eppure anche Lila ha dimostrato di saper parlare italiano o dialetto a seconda dei casi, di essere il più infimo animale nella lotta del rione quanto una persona creativa e stimolante che legge Beckett e fa perdere la testa ad un ragazzo fermo e colto come Nino.
   Ancora una volta la Ferrante ci emoziona con la storia delle due amiche, con la storia di sentimenti universali calati in un contesto preciso: una storia di trasformazione, evoluzione, memoria, fatti, una storia che è vita stessa e che ci trascina nuovamente, con l'acquolina in bocca, verso il terzo volume.

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